Come il cervello ci protegge dalle fake news

 

 

GIOVANNA REZZONI

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 25 aprile 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: RECENSIONE]

 

Nel mondo mediatico in cui siamo immersi, caratterizzato da una massa impressionante di errori linguistici e tecnici dovuti all’ignoranza degli autori, siamo anche costantemente sottoposti alla minaccia di essere tratti in inganno da quelle che si chiamano, con la terminologia inglese corrente, fake news e misleading information. Il problema è stato affrontato come fenomeno di massa, di cui sono state analizzate origini, ragioni e modalità di diffusione da sociologi della comunicazione, che sicuramente hanno accresciuto la nostra consapevolezza circa l’imbarbarimento che ha portato in questi anni alla perdita del rispetto per valori fondanti il rapporto tra ragione e civiltà, quali la verità, la realtà e la conoscenza, e hanno segnalato la necessità di porvi un freno o un rimedio. Ma rimangono alcuni aspetti psicologici dell’impatto con questi “contenuti falsi” che sono davvero interessanti.

Noi abbiamo, in passato, soffermato l’attenzione sugli elementi di discernimento adottati spontaneamente da molti, che consentono loro di scartare o scansare immediatamente, al primo apparire di un’immagine, quelle che si sono rivelate false notizie o informazioni erronee: le spiegazioni date dagli abili identificatori di contenuti privi di valore o dannosi, sono evidenti razionalizzazioni ex-post basate sul rilievo di elementi-segnale (la forma sensazionalistica, una nozione resa notizia, il format, la fonte sconosciuta, ecc.) elaborati in una frazione di secondo. In proposito, conosciamo da tempo una base neurofunzionale significativa del rilievo dell’informazione falsa: il correlato è costituito da un potenziale evocato cognitivo. Ad esempio, se dico: “Si scrive al computer digitando lettere su una tastiera”, nel cervello di chi mi ascolta, dopo circa 300 millisecondi, compare un’onda positiva (P300); se invece dico: “Si scrive al computer digitando lettere su un’insalata”, dopo 400 millisecondi compare un’onda negativa (N400), che corrisponde al rilievo del “non senso” o “errore” da parte del cervello.

Ma la neurofisiologia e la psicologia della reazione alle fake news e misleading information sono ben più ricche e complesse. Affrontando questo problema, Silvana Lozito e colleghi coordinati da Stefano Lasaponara hanno integrato valutazione delle fake news, apprendimento basato sulla ricompensa e pupillometria, per scoprire come la veridicità dei giudizi e l’affidabilità danno forma al comportamento di scelta. In estrema sintesi, i ricercatori hanno rilevato che i volontari partecipanti allo studio prontamente seguivano il rinforzo, quando era in linea con le loro precedenti conoscenze e convinzioni, ma avevano difficoltà ad adattarsi quando le ricompense favorivano il fidarsi. La dilatazione della pupilla, poi, ha rivelato che gli effetti emergono anche prima che siano prese le decisioni: cosa che indica un precoce impegno dei meccanismi connessi col fidarsi.

(Lozito S. et al., Eye of the beholder: Pupillary response reflects how subjective prior beliefs shape reinforcement learning with fake news. Proceedings of the National Academy of Sciences USA – Epub ahead of print doi: 10.1073/pnas.2518776123, 2026).

La provenienza degli autori è la seguente: Department of Psychology, "Sapienza" University of Rome, Roma (Italia); PhD Program in Behavioural Neuroscience, Department of Psychology, "Sapienza" University of Rome, Roma (Italia); IRCCS Fondazione Santa Lucia, Roma (Italia); Computational and Translational Neuroscience Lab, Institute of Cognitive Sciences and Technologies, National Research Council, Rome (Italia).

Percorrere la rete, come molti di noi fanno quotidianamente, passando da un contenuto all’altro, richiede attenzione per una corretta selezione dell’informazione. Alcune osservazioni psicologiche hanno rilevato, in generale, l’esistenza di una tendenza automatica e involontaria (bias) alla conferma, ossia all’accettazione come vere, genuine, corrette e autentiche, delle informazioni incontrate; ma, in realtà, sappiamo che le decisioni che prendiamo – come quella di proseguire o interrompere – implicano l’interazione tra dinamiche di rinforzo dell’apprendimento e segnali interni di fiducia. Silvana Lozito e colleghi hanno esaminato come i giudizi di veridicità e affidabilità danno forma alle scelte quando ricompense probabilistiche sono legate a differenti attributi epistemici di titoli di notizie giornalistiche.

I volontari partecipanti allo studio hanno completato un paradigma in tre fasi, che combinava 1) una classificazione delle notizie, 2) un compito di apprendimento probabilistico con contingenze di ricompensa varianti, e 3) una fase di rivalutazione finale.

I ricercatori, usando titoli giornalistici autentici e falsi da giudicare per veridicità e affidabilità, hanno creato set personalizzati di categorie di stimoli, che sono stati successivamente impiegati in un tipico compito two-armed bandit task[1]. In differenti blocchi di prove, il rinforzo era associato probabilisticamente o alla percepita veridicità o alla affidabilità di ciascun item.

In tutte le fasi della sperimentazione la dilatazione pupillare ha fornito contrassegni neurofisiologici dell’elaborazione associata a ciò in cui si crede. Al livello comportamentale, i partecipanti hanno mostrato maggiore precisione e più alti tassi di apprendimento quando le ricompense erano contingenti ai loro precedenti giudizi di veridicità, mentre la prestazione era marcatamente ridotta quando il rinforzo favoriva l’affidabilità, specialmente per le opzioni di bassa affidabilità.

I dati pupillometrici hanno rivelato modulazioni pre-decisionali legate al fidarsi soggettivo, mentre il modeling computazionale ha mostrato che i partecipanti sembrano avvalersi di una generalizzazione basata su elementi, quando la veridicità predice la ricompensa, e si spostano verso aggiornamenti sensibili alla valenza, quando le contingenze non corrispondono più alla precedente struttura epistemica.

Nel loro insieme, questi risultati rivelano come la veridicità e la confidenza congiuntamente orientano le scelte guidate dal rinforzo e modulano la flessibilità delle decisioni legate alle credenze. Lo studio condotto dal team di Stefano Lasaponara, integrando dati cognitivi, computazionali e fisiologici ha fornito una comprensione in termini di meccanismi di come siano le conoscenze-credenze possedute dal soggetto a dare forma ai processi di acquisizione di nuove informazioni, in contesti complessi e ricchi di falsità, forme ingannevoli e contenuti inattendibili.

 

L’autrice della nota ringrazia la dottoressa Isabella Floriani per la correzione della bozza e invita alla lettura delle recensioni di argomento connesso che appaiono nella sezione “NOTE E NOTIZIE” del sito (utilizzare il motore interno nella pagina “CERCA”).

 

Giovanna Rezzoni

BM&L-25 aprile 2026

www.brainmindlife.org

 

 

 

 

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[1] Il problema del multi-armed bandit (MAB) è un cimento classico nell’apprendimento per rinforzo, nel processo decisionale e nella teoria della probabilità.